55 passaggi da touchdown (compresi i playoff), 23 anni.
Con queste semplici ma efficaci credenziali, il giovane Dan Marino si preparava ad
entrare nella storia del Football Americano dopo essersi spianato la strada durante
la stagione regolare.
La scommessa fu tutta del "vecchio" Don Shula, alla sua 22ma stagione come allenatore,
due Super Bowl vinti, nel 1973 (nella "perfect season", senza nessuna sconfitta) e nel 1974,
con un record percentuale di vinte-perse pari a .732: e la scommessa si rivelà vincente
portando con sè un record di 14 partite vinte e 2 perse (16-2 con i playoff).
Anche due anni prima i Dolphins si erano presentati all'appuntamento con la Finalissima della
stagione '82-'83, la più disastrosa per la NFL, colpita da uno sciopero di 57 giorni,
scandali per abuso di cocaina (proprio nei 49ers) e sul mondo sotterraneo delle scommesse,
perdendo nettamente contro i Redskins.
Shula ebbe il merito di cambiare le sue attitudini strategiche mettendo in panchina il veterano Quarterback
Don Strock, basando l'attacco sui lanci e portando i Dolphins di nuovo in Finale nel 1985grazie ai lanci che partivano
dal braccio generoso di Marino, scelto nel famoso Draft del 1983, quello di John Elway e Jim Kelly
per intenderci.
Marino dovette attendere la chiamata numero 26 per essere scelto e Shula lo selezionò, visto che
i Denver Broncos gli avevano soffiato sotto il naso la sua prima scelta, John Elway, appunto.
Nonostante i sogghigni (sotto i baffi) degli altri club, Shula puntò pesantemente su quel
giovane, e dopo due stagioni gli diede le chiavi della squadra.
Ai playoff, per giungere alla Finale, i Dolphins avevano incontrato e superato facilmente
i Seattle Seahawks per 31-10 con tre passaggi da touchdown di Marino, mentre nella gara successiva,
Marino sparò altri quattro passaggi da touchdown per distruggere gli Steelers con il punteggio di 45-28.
La leggenda di Marino si stava costruendo non solo come risultato della facilità con cui spediva i
compagni nell'end zone avversaria, ma anche per la sua forza nel lancio (5 passaggi su 7 da
touchdown partirono da oltre 30 yard) e la velocità nel rilascio dell'ovale.
Dan stava diventando una stella di prima grandezza ed era avvolto da una attenzione mediatica
carica di attese e promesse perché aveva l'opportunità di provare la sua vera forza contro una
squadra che poteva vantare record simili, se non migliori.
Bill Walsh, coach dei Niners, dichiarò sarcasticamente: "Questa settimana stiamo per giocare contro il più grande
passatore di tutti i tempi."
I 49ers, a loro volta, avevano disputato una stagione grandiosa, giungendo ai playoff con un
record di 15 vinte e 1 persa giungendo facilmente ai Playoff per poi spazzare via, al primo turno, i New York Giants per
21-10, al secondo i Bears per 23-0.
Grandi numeri, se non eccezionali, ma raggiunti dopo che, l'anno prima e dopo due anni appena dalla
vittoria nel loro primo Super Bowl, i Niners erano sull'orlo di una crisi di nervi,
se non peggio.
La squadra stava collassando: Walsh parlò di troppi infortuni, e, eravamo nel 1983, fu il primo
a sollevare il problema dell'uso della cocaina tra i suoi giocatori giungendo a ventilare l'ipotesi
di concentrarsi sulla funzione di general manager, lasciando il posto di headcoach.
Alla fine cambiò idea e con lui i Niners, finalmente sicuri nelle mani del loro "ideatore"
ridiventarono di nuovo padroni del loro territorio, arrivando alla finale di Conference e al
Super Bowl, da disputarsi allo Stanford Stadium, Palo Alto, California, davanti a 84.059
spettatori, il 20 gennaio 1985 e quasi in casa, sulla Baia Dorata.
Lo chiamavano il "Genio", ma più importante, assieme a tutti gli altri titoli (head coach e
general manager) per Walsh fu il massaggio al suo egocentrismo da parte del proprietario Eddie
DeBartolo Jr. nella stagione dell'attraversata, che lo promosse presidente della squadra.
Ma dal resto della NFL, Coach Walsh non era certo adorato, in particolare da quelli che vedevano
nei suoi schemi d'attacco, la rivoluzionaria "West Coast offense", la minaccia piu grave verso l'ordine costituito.
A testimoniare questo clima durante una conferenza stampa, qualcuno chiese a Don Shula, al suo
sesto Super Bowl, se avesse imparato nulla dallo stile di Bill Walsh.
"L'impatto di Walsh sulla mia carriera di allenatore?" rispose Shula. "Voglio assicurarmi di
aver sentito bene."
Ma forse quello che aveva meno di tutti gradito la situazione era Joe Montana :"Golden" Joe, un pò
come tutti i Niners era molto sottovalutato dalla critica e, durante la settimana precedente il
Superbowl, veniva dato come sicuro perdente contro un'altro italo americano, più giovane, più potente e
pompato dai media, pronti a consacrare un nuovo monumento.
Ma Joe "Cool" non era un Quarterback come gli altri: da un buon regista della squadra
ci si aspetta il lancio per un ricevitore, protetto dai suoi uomini. Ma Montana danzava.
Si spostava, saltellava, fintava una, due, tre volte il passaggio e quindi correva
rubando qualche yard preziosa e facendo impazzire di rabbia le difese. Inventava. E vinceva.
Perché non aveva paura nei momenti decisivi delle partite, specie dei monumenti.
Ronald Reagan Secondo lanciò la monetina dalla Casa Bianca, consegnando la palla ai Niners che
non riuscirono ad andare oltre al punt.
Toccò quindi a Marino, che cominciò a sparare le sue cartucce, supportato dai uoi ricevitori, i due Mark, Clayton e Duper,
e con un passaggio di 25 yard per Nathan permise ai Dolphins di arrivare al field goal, dalle 37
yard.
0-3 Dolphins.
Palla a Montana, otto colpi e i Niners si trovarono avanti di 78 yards.
Montana scelse Craig come suo obiettivo primario, con passaggi corti, colpendo i linebackers,
il lato debole della difesa dei Dolphins.
Montana quindi lanciò per Monroe, runninback ultrariserva, per un guadagno di 33 yard e sei
punti.
7-3 Niners.
L'attacco dei Dolphins funzionava discretamente, e gli uomini di linea riuscivano a contenere
e neutralizzare la difesa pass-rush dei Niners togliendo pressione da Marino, che colpiva corto
i suoi ricevitori Nathan, Clayton e Duper, fino ad un guadagno decente di 21 yard con Johnson.
Quindi ancora Johnson per 2 yard ed altri sei punti.
Altro cambio al comando e 7-10 per Miami.
La partita era quella che tutti attendevano, e che tutti avevano anticipato come la più bella e
la più equilibrata possibile, tra le due squadre migliori.
Ma qualcuno la pensava in modo diverso.
Montana, scatenò tutta la sua rabbia, rimise in sella i Niners, guidando un drive perfetto,
passando a Craig per 16 e 8 yard, e Craig spinse ancora per tre yard nel gioco successivo per
raggiungere la end zone.
Niners di nuovo in vantaggio 14-10.
A quel punto entrò in gioco la difesa, che fino a quel momento non aveva ancora preso le misure
alla linea d'attacco avversaria, ma che da quel drive cominciò a portare una maggiore pressione
su Marino costringendo i Dolphins al punt.
Montana, nuovamente in campo, decise di non perdere tempo e sparò due passaggi per Russ Francis
(parte pazzo, parte tight end) con Craig che proseguiva l'azione guadagnando altre yard fino
alla linea delle 6 yards nella metà dei Dolphins.
Quindi Montana decise di danzare da solo nella end zone per altri sei punti, portando il punteggio
sul 21-10.
La difesa di San Francisco riuscì di nuovo a bloccare l'arma offensiva più pericolosa nel football;
Marino si fermò, e i Dolphins con lui.
Montana continuò a colpire Craig per un guadagno di 20 yard, poi i Niners decisero di correre
con Montana e Wendell Tyler fino alla linea delle 5 yard.
Snap, palla a Craig che piomba nella end zone per il 28-10.
Marino riuscì, prima dell'intervallo, a spingere l'attacco a realizzare due field goal, grazie anche ad un grazioso
regalo dello special team dei californiani.
La prima metà finiva 28-16 per San Francisco, ma Montana e la difesa dovevano ancora mostrare il meglio.
Alla ripresa, Golden Joe portò i Niners in zona field goal, segnato da Wersching con un calcio
dalle 27 yard e Miami si trovò sotto 31-16.
Grazie di nuovo alla difesa che aveva preso il controllo della partita, ancora Montana, poco più
tardi, con un passaggio da 40 yard totali per Tyler e 14 yard per Francis, portò l'attacco fino
alla linea delle 16 yard.
Snap e passaggio a Craig, in classico stile west coast, che segnò il suo terzo touchdown.
Mancavano ancora oltre 9 minuti alla fine, ma il Superbowl XIX si era concluso: i Niners
avevano raggiunto il loro massimo e definitivo vantaggio sul punteggio di 38-16.
Montana si poteva fare da parte, lasciando il palcoscenico alla difesa e ad un onnipresente Dwaine Board,
Defensive End n° 76, che prese possesso della linea d'attacco della squadra della Florida,
la stessa linea che, durante tutto l'anno, aveva dimostrato ampiamente di essere la migliore e la più solida
di tutta la lega, permettendo che Marino, subisse solo 13 sack in tutta la stagione.
Ma alla fine fu messa in cortocircuito dalla difesa allenata dal coordinatore, George Seifert, e
composta da Board e Fred Dean, altro Defensive End, primo e secondo miglior realizzatore di sack
quell'anno.
Alla fine Dan Marino, fu steso per quattro volte nel Super Bowl, lanciò per 50 volte nel
tentativo rivelatosi inutile di aggirare la maestria difensiva dei Niners e fu intercettato due
volte.
Non avrebbe più avuto nella sua per altro fantastica carriera, la possibilità
di giocarsi di nuovo il Superbowl.
L'attacco guidato da Montana produsse qualcosa come 537 yard, mentre Joe si prendeva gioco
della difesa di Miami con le sue finte, le sue corse fuori dalla tasca protettiva,
la sua agilità e con tre passaggi da touchdown, oltre 24 completi su 35 tentativi sui pasaggi.
Fini con Montana miglior giocatore della partita per la seconda volta, unico ad avere tale onore,
fino ad allora, insieme agli ex QB di Pittsburgh Steelers Terry Bradshaw e di Green Bay Packers
Bart Starr.
Finì con la stampa a glorificare il vecchio QB Montana, e a osannare Bill Walsh riesumando il
soprannome di "The Genius".
Finì con Don Shula che intervistato negli spogliatoi dopo la partita, facendo, a denti stretti,
i complimenti di rito ai vincitori, fissava la telecamera con uno sguardo smarrito e incredulo per la superiorità
dimostrata dai californiani.
Ma finì sopratutto con Bill Walsh, che, inquadrato dalle telecamere della televisione,
lasciò il campo con un ghigno vendicativo stampato in viso.