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a cura di

Davide Gabino



29 Gennaio 1995

49






-




26

La domanda del giornalista certo non presentava nulla di interessante, innocua e banale: "Cosa significa il Super Bowl per lei?".

La risposta fece sollevare un vespaio: "Potrebbe essere l'ultimo per me, per questo significa molto".

Nulla da obiettare, se non che chi pronunciò quelle parole era un certo Jerry Rice.

I titoli erano più che espliciti: "Jerry Rice si ritira dopo il Super Bowl ?"

Toccò a Jerry spiegare il senso di quella frase che fece spendere fiumi di parole sul possibile evento: "Questo potrebbe essere l'ultimo, non sto dicendo la mia ultima partita di football, ma a questo punto è così difficile riuscire a tornare al Super Bowl.
Ci abbiamo messo cinque anni per tornare, quindi guardo a questo Super Bowl come il mio ultimo così per potermi concentrare."

I media erano stati allertati con l'antipasto prima della portata principale che stava per essere servita al banchetto della Finalissima: il più grande showman stava arrivando in quel di Miami.

Il personaggio più egocentrico mai visto su un campo, ma anche fuori, di football, ancora più di Joe "Broadway" Namath.

Deion "Neon" Sanders era arrivato. Prime Time.

"Molta gente non è pronta per sentir dire a un giovane, impertinente nero ciò che pensa". "Esprimo me stesso. Vivo per ciò che dico. E non mento".

Sanders fu il primo atleta a giocare sia nelle World Series (le finali del baseball professionistico americano), come centrale negli Atlanta Braves, che nel Super Bowl.
E, anni prima, a giocare nella stessa domenica una partita di playoff di baseball e una di football.
Nello stesso pomeriggio giocò come cornerback per i Falcons, finita la partita prese un volo charter per Pittsburgh, per essere in campo con i Braves la sera stessa.

Prime Time, appunto.

Durante la stagione del 1994 ci fu uno sciopero nel baseball e Sanders, free agent nel football, cominciò a girare gli States per ricevere le offerte di tutte le squadre pronte a fare carte false pur di avere quella specie di mostro.

Alla fine scelse i 49ers, perché gli sembravano avere le maggiori opportunità di andare al Super Bowl.
E i Niners carte false le fecero davvero.

Carmen Policy, presidente dei Niners, manipolò in tutti i modi il salary cap per far spazio al mega ingaggio di Neon Sanders, assieme a Ken Norton, Rickey Jackson e Gary Plummer.

Cominciò dopo due gare ed ebbe subito un impatto considerevole (anni dopo, quella manovra di salary cap ebbe un impatto anche maggiore sulla franchigia).

Durante la stagione ritornò tre intercetti per altrettanti touchdown.
Uno contro la sua ex squadra, i Falcons.

Durante la corsa verso la end zone Deion si rivolse verso la panchina dei Falcons prendendoli in giro fino all'arrivo in meta.

Prime Time, ancora per l'appunto.

Almeno 300 persone lo circondavano, tra giornalisti, cameramen e varia umanità, pronti a ricevere tutto ciò che aveva da dire.

"Che sono egoista, che non mi importa di nessuno se non di me stesso?" rispose ai giornalisti durante la settimana del Super Bowl. "Sono malvagio, quando mi trovo in mezzo alle linee bianche, sono impertinente e arrogante. Tra le linee bianche sono un ragazzo cattivo. Al di fuori delle linee bianche, mi piace divertirmi, non faccio niente di male alle persone."

Per girare a Miami si comprò una Lamborghini: "E' un regalo per me stesso da me stesso, per tutto il duro lavoro e la dedizione di quest'anno".

"Ho manipolato i media, ho inventato una personalità, creato qualcosa di più grande che un semplice giocatore di football. E voi tutti lo avete comprato".

Qualcuno chiese se avrebbe giocato anche da ritornatore nel Super Bowl.

Sanders gridò: "Coach Seifert, vogliono sapere se ritonerò calci nel Super Bowl".

Seifert era seduto per la sua sessione di interviste, ma attorno a lui c'erano solo nove persone. Non Prime Time.

Vivere nell'ombra di uno dei più grandi, se non il più grande, quarterback della storia non può essere che difficile.
Se poi si parla di anni, sembra quasi impossibile.

Vedere il titolare vincere e diventare una leggenda, vederlo e non poter far altro che stare in panchina sperando di avere l'occasione.
Difficile.

Osservare Montana guidare la squadra in un Super Bowl, nel drive decisivo, per 92 yard contro i Bengals per la vittoria finale, in quello che è stato acclamato come uno dei drive più belli di tutta la storia del football.
Difficile.

Ancora di più se si è l'unico giocatore in uniforme a non aver potuto giocare quella partita.

E assistere al massacro dei Broncos e accontentarsi delle briciole della vittoria.
Ed essere pagati profumantamente per essere il sostituto di un insostituibile.

Questo era Steve Young.

Al tempo si rifiutò di ritirare gli assegni con cui i 49ers lo pagavano, e affittò una stanza della casa del suo compagno di squadra Barton.

"All'inizio della sua carriera" disse Barton, "Steve si sentiva pagato troppo per non fare niente. Un giorno andai nella sua stanza per cercare un paio di calzini, aprii un cassetto e trovai 13 assegni non incassati dei 49ers.

Steve mi disse che, dato che non si stava guadagnando quei soldi, non si sentiva di incassarli".

Era geloso e pestifero.
Quando giocava era brillante.

Quando giocava al posto di Montana, le telecamere inquadravano Joe per carpire le sue reazioni al gioco di Young in campo.

Ma i Niners erano la squadra di Montana, almeno fino a quando avesse portato la sua uniforme numero 16.

Montana si infortunò gravemente nella stagione '92-'93. Young fu il miglior passatore di tutta la Lega.

Nel 1993 Montana recuperò, i 49ers gli rioffrirono il posto di titolare, ma rifiutò di rimanere a San Francisco.

I Niners dovettero cederlo ai Chiefs.
Fu una mezza rivoluzione a San Francisco.

Ma placò le ansietà e i bisticci nella squadra, e nella città.

Ora i Niners erano la squadra di Steve Young.

Se Montana celava le emozioni in un'espressione stoica, Young eslicitava tutte le sue emozioni, anche le più esagerate, nulla poteva contenere la sua rabbia.
Durante una partita all'inizio della stagione 1994-1995 contro gli Eagles, Seifert tolse dal gioco Young, che rientrò in panchina inveendo e sbraitando contro il suo coach.

I Niners persero 40-8 e l'inferno si scatenò a San Francisco.

Ma ne uscì guadagnando la forza mentale per essere un vero quarterback e portare la squadra al Super Bowl.

Altrettanto adorava l'attenzione dei media nei suoi confronti.
Ed era famoso in tutti gli States, era un personaggio.

"Ero nel laboratorio con Montana ogni giorno. Non riesco a pensare ad una situazione migliore. Se dovevo far marciare il sistema non riesco a pensare ad un tutore migliore. Solo che, alcune volte, mi sentivo come 'OK ho capito, posso provarlo ora?'.

"E' stata dura resistere per tutti quegli anni senza avere la possibilità di farlo".

Dopo la sconfitta con gli Eagles, un sondaggio decretava che l'85% degli intervistati voleva che Seifert fosse licenziato e assunto Jimmy Johnson, che aveva lasciato i Cowboys dopo averli portati a vincere due Super Bowl.

I 49ers erano 3-2 al tempo, nella seconda gara erano stati battuti dai Chiefs di Montana per 24-17.

Poteva essere la fine della stagione per i Niners, e per Young, sconfitto nel duello diretto.
Ma non lo fu.

Presero Sanders che aiutò ad allentare l'atmosfera in quel di San Francisco.

La sconfitta con gli Eagles poteva costare ancora la stagione. Ma non lo fece.

I Niners, quindi, si presentarono a Detroit, seguiti dalle polemiche. Si trovarono subito indietro di 14 punti con la posibilità di andare incontro ad un altro disastro.
Ma ci fu il risveglio di Young. Quattro touchdown e vittoria per 27-21.

I Niners vinsero le altre nove gare restanti. Sconfissero i Falcons per 42-3, i Cowboys per 21-14, i Chargers per 38-15.

Solo i Vikings li sconfissero, nell'ultima gara della stagione, per 21-14, interrompendo la striscia vincente. Il record finale fu di 13-3.

Alla prima di playoff stracciarono i Bears per 44-15.

E la finale di Conference fu contro i Cowboys per la terza volta in tre anni.

I Niners avevano perso per due volte contro la squadra di Jimmy Johnson ma ora, c'era Switzer al comando dei texani.

E c'era Young.

In quell'unica partita i 49ers dovevano dimostrare che le mosse del Management erano state corrette, che aver ipotecato il futuro per avere Deion Sanders era stato necessario per fermare gli strapotenti ricevitori dei Cowboys.

Nei primi otto minuti i 49ers segnarono tre touchdown da tre errori dei Cowboys (un intercetto da Aikman, un fumble di Irving e un altro fumble degli special team).

21-0.

Ma nel secondo quarto i Cowboys riuscirono a rientrare in partita con due touchdown. 21-14.

Prima dell'intervallo, Young pescava Rice per un TD da 28 yard e alla fine fu 38-28 per i Niners.

Con Young che correva attorno al campo, pieno di gioia, braccia alzate in trionfo, con Sanders che aveva annullato l'incubo di San Francisco, Alvin Harper, al quale Aikman non aveva lanciato neanche una volta in tutta la partita e che aveva anche messo a segno un intercetto.

Per tutti quella fu la vera finale.
Ma non per Young.

Era ancora perdente.

Così come per spacciati furono dati gli altri finalisti, San Diego Chargers, pronosticati sconfitti dai bookmakers di 20 punti.

I Chargers finirono la stagione regolare con un record di 11-5.

Al primo round di playoff incontrarono i Dolphins del sempiterno Shula.
Vinsero 22-21, con Stoyanovich, kicker dei Dolphins, che sbagliò il calcio della vittoria di 48 yard.

Quindi toccò agli Steelers di Cowher perdere per 17-14, con i Chargers che riuscirono a resistere all'ultimo drive condotto da Pittsburgh.

Super Bowl.

Ma l'inizio fu stordente.

Al terzo gioco della partita, Jerry Rice, sgusciò tra la secondaria dei Chargers, scoprendosi completamente isolato.
Passaggio semplice semplice di Young al centro, ricezione e touchdown.

44 yard, 1 minuto e 24 dall'inizio. Semplice. Veloce. Indolore.
E 7-0.

Dopo due incompleti di Humphries e il punt, i Niners non dovettero usare che quattro azioni per segnare.

Alla quarta, Young passò nel mezzo per Watters per un touchdown da 51 yard.

4 minuti e 55 trascorsi dall'inizio della gara e già 14-0 per San Francisco.

I Chargers riuscirono comunque a non perdere il contatto, con un touchdown del loro Runningback Natrone Means. 14-7.

Ma i Niners non si sedettero e Young passò palla a Floyd per un touchdown da 5 yard. Il terzo.
21-7.

A metà del secondo periodo, Young continuò a picchiare duro, e facile, sulla carcassa della difesa di San Diego. Passaggio di 8 yard per Watters. Quarto passaggio da touchdown.
28-7.

Prima dell'intervallo, i Chargers riuscirono a combinare un field goal. 28-10.

All'inizio del terzo quarto, i Chargers ebbero una scintilla di vita, e la difesa riuscì a mettere a terra Young, per una perdita di 8 yard. Che Watters pensò bene di spegnere subito, correndo per 9 yard e il suo terzo youchdown. 35-10. Imprendibili.

Ancora Young, e ancora Rice per il quinto passaggio da touchdown, che eguagliava il record del Super Bowl, ovviamente detenuto da Joe Montana.

42-10

Coleman, kick returner dei Chargers, pensò bene di ricordare ai suoi compagni che erano una squadra di football, e non di educande, ritornando un kickoff in end zone da 98 yard. 42-18.

Ultimo periodo, ultima azione, Young pesca Rice che continua ad abusare della secondaria dei Chargers. 7 yard e touchdown. 49-18.

Sei passaggi da touchdown. Era il record. Era il togliersi di dosso l'ombra di Montana. Era uscire alla luce e sfuggire dalla maledizione di Golden Joe.

I Chargers segnarono ancora, ma non riuscirono a recuperare lo svantaggio. Alla fine fu 49-26.

I Niners erano la prima squadra a raggiungere le cinque vittorie al Super Bowl. Cinque Anelli. Nessuno come loro.

La squadra aveva vinto la sua scommessa e i veterani mostrato la loro forza.

Ma il vero vincitore fu Steve Young, anche MVP della gara, leader dei Niners che finalmente poteva guardare dietro di sè, senza vedere più ombre.