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SPECIALE SUPERBOWL XXXIX




16 Febbraio 2004.

L'operazione Jacksonville

di Gianluigi Piscitelli

Non ho bene idea di quando abbia preso corpo il proposito di andare a vedere il Super Bowl.

Forse da sempre, forse effettivamente un sabato mattina di maggio dopo il nuoto (quando la mente è più annebbiata del fisico) o forse solo ad ottobre, quando ho dato l’ok allo zio d’America per l’acquisto del biglietto.

Proprio l’acquisto del biglietto si è dimostrata la cosa più semplice, vista la miriade di siti ad hoc esistenti in rete; non lo stesso si può dire della ricerca del soggiorno a Jacksonville, i cui 8000 posti letto ad ottobre erano già belli ed esauriti.

Scartata l’opzione Titusville, la ragione ha preso il sopravvento e mi ha spinto verso Miami, che è a circa 600 miglia da JAX, ma ben collegata con la città del Super Bowl: avrei risolto il problema spostamenti con un aereo domenica 6 sul presto (alle 10) e con un pullman dopo la partita per il ritorno (originariamente era alle 2 e 30, poi spostato alle 4).

Tutto organizzato, quindi, con la sola preoccupazione del biglietto, perché Julie, l’interlocutrice del mio uomo a Houston, aveva detto che era possibile averlo solo una settimana prima dell’incontro e che la cosa migliore era andarlo a ritirare domenica mattina allo stadio.

La notizia mi ha destabilizzato, perché ho pensato al milione di cose che potevano andare storte ed alle poche possibilità che avevo se non avessi trovato, per un motivo o per un altro, il biglietto a mio nome al "botteghino". Prima di partire c’è anche stato un cambio di programma: biglietto in un albergo di JAX e non più allo stadio, perché era meglio così, meno confusione e meno effetto "bagrino".

Da oltreoceano si sono ripetute le rassicurazioni, ma la tranquillità l’avrei raggiunta soltanto con il biglietto tra le mie mani e così sono partito venerdì 4 febbraio.

Saltando direttamente alla mattina del 6, sono arrivato con largo anticipo al Miami International, qule tanto che mi è bastato a capire che gli Eagles avrebbero potuto godere del maggior numero di tifosi: a parte papà e figlio diretti a Phila con la maglietta di Mc Nabb, la maggioranza dei miei compagni di volo indossava magliette degli aquilotti.

In ogni caso, dopo un’ora e mezzo di volo siamo arrivati a JAX e, ad accoglierci, c’era il comitato di benvenuto del Super Bowl che dispensava sorrisi ed informazioni: siccome ero pieno di angosce relativamente ai miei accessori (anche se sul sito del Super Bowl avevo letto che si potevano portare macchine fotografiche e binocoli), mi sono diretto a chiedere se allo stadio potevo entrare con il mio armamentario. Ebbene ero stato quasi bravo, perché era tutto a posto tranne che per la videocamera, ma le due arzille signore mi hanno rassicurato dicendomi che avrei potuto tranquillamente lasciarla allo stadio, dove avrei trovato appositi armadietti.

Ho iniziato a familiarizzare con la moltitudine di gadgets acquistabili e poi ho preso il taxi diretto all’albergo della consegna. Mi toccavano circa un paio d’ore di attesa (orario consegna dalle 9 alle 11 e dalle 2 alle 4), ma alla reception mi hanno detto che c’era una persona che stava aspettando.

Sono andato felice nella sala ad hoc e, alla presenza di una decina di tifosi degli Eagles, ho visto materializzarsi, seppur per un breve periodo, tutti i miei incubi: il tipo non sapeva chi fossi, né chi fosse lo zio d’America. Accortosi del mio disagio, mi ha quindi chiesto chi stessi cercando. Gli ho risposto che cercavo un uomo di nome Tom. "Ah, Tom … Viene tra dieci minuti". Salvo.

L’attesa è stata breve. Tom è arrivato di lì a poco e mi ha consegnato il biglietto.

Foto di rito e ho preso un altro taxi per lo stadio.

Il tassista era un tifoso dei Bucs, che ha manifestato i suoi dubbi sulle possibilità che Owens potesse essere un fattore e mi ha spiegato che avrei avuto l’impressione che tutto fosse molto più piccolo di quanto mi aspettassi.

Dopo una mezz’ora siamo arrivati destinazione.

Appena sceso dal taxi ho avuto l’impressione della grande festa: migliaia di persone, tifose di entrambe le squadre, si aggiravano attorno allo stadio inneggiando ai lori idoli, cantando, mangiando e bevendo.

Telecamera alla mano mi sono dato alla circumnavigazione dello stadio, cercando di osservare il più possibile mentre cercavo lo stazionamento della Greyhound, per ritirare il biglietto e lasciare la telecamera.

Il giro dello stadio mi ha preso un quarto d’ora, sono andato a comprare il classico cappellino da baseball con i loghi delle due squadre e poi ho affrontato il lungo rettilineo pedonalizzato che porta dall’Alltel al centro della città.

La musica era a tutto volume ed ai lati delle strade rivendite di hotdog ed altre squisitezze fritte cotte al momento (costi più o meno alti, ma uniformi: 4$ dollari l’hotdog, 6$ il cheeseburger, 8$ gli spiedini di pollo e/o pesce; poi 3 per l’acqua, 4 per le bibite gassate e le birre), improvvisati negozi di magliette ed altri gadget (inevitabile l’acquisto del magnetino per il frigo di mamma), nonché gli stand di marina, esercito, pompieri e guardia nazionale. Ogni tanto compariva qualche predicatore che ammoniva la massa sull’imminenza della fine del mondo, con tanto di croce – alcune a rotelle – sulle spalle.

Le forze dell’ordine c’erano in grande quantità, ma non davano affatto nell’occhio, pur essendo pronte ad intervenire non appena lo avessero ritenuto necessario (più avanti l’esempio).

La cosa bella era la grande idea di festa ed il sostanziale ordine: tutti giravano con il biglietto al collo, tranne me che lo tenevo prudentemente nascosto in una delle tasche interne della giacca.

I tifosi degli Eagles, oltre che a primeggiare per numero, si facevano distinguere anche per l’eccentricità e l’originalità delle loro acconciature: meraviglioso, in particolare, il cappellino con l’aquila che svolazza a comando. E poi continuavano a cantare "TO, TO TO TO", tra il mio scetticismo sulla possibilità che il nostro ex idolo potesse avere una qualche forma di impatto.

Alle due sono quindi arrivato in stazione e, dopo una lenta fila di mezz’ora, ho avuto il mio biglietto dell’autobus. Niente da fare per l’armadietto per la telecamera, erano tutti pieni. Poco male, ho pensato, ci sono quelli dello stadio.

Uscito dalla stazione mi ha avvicinato un tifoso dei Pats che aveva bisogno di telefonare agli amici che aveva perso. Non gli ho voluto dare il cellulare, anche perché ci avevo lungamente litigato nel tentativo di chiamare un numero americano. Mi ha quindi chiesto se avessi un quarto di dollaro , ma questo non ce lo avevo veramente. Allora un dollaro, che avrebbe cambiato all’interno. OK, ho tirato fuori il portafoglio e, mentre gli offrivo il dollaro, si è avvicinato un agente che ci ha chiesto se ci conoscevamo. No gli abbiamo detto e lui mi ha quindi redarguito: "noi scoraggiamo questo genere di cose". L’altro gli ha detto che doveva solo telefonare agli amici e quindi l’agente gli ha prestato il suo mobile mentre io mi accomiatavo.

Erano le tre meno un quarto, i cancelli avevano aperto alle due e lo spettacolo prepartita sarebbe iniziato alle sei: avevo quindi tutto il tempo di dirigermi allo stadio con calma dando un’altra occhiata in giro.

Ho fatto un’altra strada camminando lungo il fiume St. Peter e poi mi sono nuovamente immesso nel corso principale, che ormai era un fiume di tifosi tutti diretti all’Alltel.

Arrivati nelle prossimità dello stadio ed imboccato il primo serpentone, due ragazzi volontari, vista la mia telecamera, mi hanno fatto notare che non avrei potuto portarla all’interno. Gli ho risposto tranquillamente che lo sapevo e che dei loro colleghi mi avevano detto che c’erano gli armadietti allo stadio dove l’avrei potuta lasciare. Loro degli armadietti non sapevano nulla, però.

Erano le tre e mezza e mi ha preso il panico. I due simpatici ragazzi non sapevano come aiutarmi e la prospettiva di tornare in Italia senza la telecamera nuova di papà non era allettante.

Ho pensato che l’unica soluzione era la stazione degli autobus, anche se prima gli armadietti erano pieni, tanto sulla strada avrei certamente trovato anche un albergo dove me l’avrebbero tenuta.

Ovviamente di alberghi non ce n’era neanche l’ombra e gli unici tentativi, con la moltitudine di parcheggi incontrati nel tragitto, non hanno avuto esito positivo.

Arrivato alla stazione piuttosto trafelato, ho constatato che un signore stava riempendo l’ultimo armadietto libero con la sua valigia e sono stato preso dallo sconforto.

Mi restava un’ultima possibilità: c’era un poliziotto di guardia e ho provato a spiegargli il mio problema. Sin dall’inizio mi è sembrato possibilista, ma la decisione finale spettava al suo tenente. Lo ha chiamato e l’affabile signore afroamericano che mi si è presentato ha detto che non c’erano problemi: prima è andato a recuperare un’etichetta da compilare con i miei dati e da attaccare alla telecamera, poi m ha condotto nel suo ufficio dove sarebbe stata custodita fino al mio ritorno. Malgrado l’enorme sollievo (l’unica altra alternativa era nasconderla in un cespuglio e non mi sembrava un gran bella idea) dovevo sembrargli ancora preoccupato, perché mi ha spiegato per ben tre volte che il locale era sorvegliato da ben tre telecamere, che era normale che lui custodisse degli oggetti dei passeggeri e che, in ogni caso, in caso di furto ne avrebbe risposto lui personalmente.

Gli ho spiegato che ero tranquillo e che lui mi aveva sostanzialmente salvato la vita, quindi mi ha chiesto di dove fossi per poi dirmi, inevitabilmente, che quando era stato in marina era venuto a Napoli più di una volta e che gli era piaciuta. Dopodichè mi ha raccomandato la massima prudenza e, stupito del fatto che andassi allo stadio a piedi, mi ha consigliato una scorciatoia.

Ormai era fatta.

Anche l’ultimo ostacolo che mi separava dal sedermi all’Alltel era stato rimosso e quindi mi sono felicemente messo in marcia verso lo stadio, che ho raggiunto senza dover farmi largo tra la massa di tifosi grazie alla scorciatoia del mio nuovo amico, che mi ha tra l’altro indirizzato anche abbastanza vicino al mio ingresso.

Erano ormai le quattro e mezza e, visti, i controlli che mi aspettavo, ero convinto che mi sarei perso almeno l’inizio dello spettacolo iniziale.

Per fortuna mi sbagliavo e tutto si è svolto in modo accurato, ma rapido e nel giro di quaranta minuti ho raggiunto il mio posto: ingresso 3, sezione 433, fila cc, posto numero 20.

Le due c fanno capire che ero piuttosto in alto (credo di avere avuto solo altre sei o sette file sopra di me) e non si può dire che fossi centrale (linea delle 5 yards della end zone degli Eagles, lato opposto a quello delle telecamere), ma la visuale era ottima.

Ogni posto era dotato di apposito cuscino ed alcuni, tra cui per fortuna anche il mio, anche di una tasca che all’inizio non ho aperto.

I miei primi vicini erano ovviamente un’allegra famigliola di tifosi di Philadelphia (papà, mamma e figlia), seduti alla mia destra, c’erano due posti vuoti alla mia sinistra, mentre, sia davanti che dietro, un nutrito gruppo di tifosi dei Pats. Bene, meno solo, e libero di tifare.

Dopo un po’ i posti 21 e 22 si sono riempiti con altri due tifosi dei Pats (papà e figlio, che più tardi ho scoperto provenire dal Massachussets) in pieno rispetto della par condicio.

Lo stadio è meraviglioso. Entrambe le curve sono piuttosto basse e quella alla mia sinistra lasciava intravedere uno scorcio della città, del fiume e del sole in procinto di tramontare.

Quando sono arrivato le squadre stavano ultimando lo stretching e, dopo un po’, hanno lasciato spazio al montaggio dei due palchi per i Black Eyed Peas ed Elizabeth non ricordo che, oltre che del palchetto per il pianoforte di Alicia Keys: tutto molto bello, emozionante il ricordo di Ray Charles, emozionante anche l’inno americano ed il pensiero ai soldati americani sparsi nel mondo, ma per quel che mi riguarda ero proiettato all’inizio della partita.

Prima di iniziare ci hanno poi spiegato cosa ci fosse nelle sacche "annesse" al cuscino: oltre alla radiolina con cui sentire la partita, c’era una piccola pila ed un pezzo di cartone colorato, che avremmo dovuto utilizzare durante Hey Jude seguendo le istruzioni che sarebbero comparse sui tabelloni.

All’ingresso delle squadre ho avuto l’ulteriore conferma della supremazia dei tifosi degli Eagles a causa dell’ululato che ha accompagnato l’arrivo di Brady e soci.

Volevo celare le mie preferenze ancora un po’, ma la tifosa degli Eagles alla mia destra (from New Jersey) mi ha chiesto per chi tifassi. Le ho risposto che mi dispiaceva, ma che tifavo Pats e lì sono finite le nostre conversazioni.

Adesso dovrei dilungarmi sulla partita, ma probabilmente ne sapete molto di più voi di me.

Posso dirvi però di aver fraternizzato con i tifosi di New England, ben felici di scambiare anche con me i loro high five, almeno fino a quando non gli ho detto che preferivo aspettare, visto l’iniziale andamento della partita: da quel momento high five con tutti e, al mio turno, mi dicevano: "You, end zone".

Quanto alla partita, invece, vederla dal vivo è uno spettacolo incredibile ed essere riuscito seguire alcune azioni con il binocolo, con Mc Nabb e Brady a portata di mano, è sensazionale. Tutto si svolge ad una velocità inimmaginabile, anche per chi ha giocato nei nostri "pseudo" campionati.

Ho avuto la fortuna di avere sotto gli occhi il kick off, che era uno dei momenti che attendevo di più per poter assistere allo scintillio dei falsh (ora posso dire che c’era anche il mio), quattro segnature proprio sotto al naso, nonché quattro dei cinque turnovers.

Il mio commento della partita è ovviamente falsato dall’eccitazione che mi ha pervaso per tutta la sua durata e quindi per me il Super Bowl è stato eccitante e vibrante fino all’ultimo e non ricordo che ci siano stati tanti errori o tanti punts.

A parte questo, è sembrato anche a me che l’esecuzione dei Patriots abbia lasciato un po’ a desiderare (in particolare richiamo la vostra attenzione su un paio di false partenze di Matt Light, oltre che sugli errori più evidenti): è chiaro che New England sentisse la partita, ma è altresì evidente che di fronte non avesse una squadretta da niente, ma, al contrario, una compagine molto tosta e ben allenata, farcita di giocatori di talento, molto veloci e tecnici.

Di fronte c’erano le due attuali potenze della NFL e ne è venuta fuori una partita intensa e vibrante, non esaltante in senso assoluto, ma che non mi sento di poter definire noiosa (quindi non concordo con te, Davide).

In questo senso si spiega quindi la giornata obiettivamente sotto tono di Brady (i numeri ingannano, a fine primo tempo ho fatto fatica a credere che avesse sbagliato solo 3/4 passaggi) – ho chiara negli occhi la memoria di un pio di lanci lunghi sparacchiati malamente con il ricevitore libero – così come la consueta giornata no del QB che fronteggia la difesa di Bilichick e Crennel: peccato per Mc Nabb (replico ad Andrea, perché il primo intercetto non mi è affatto sembrata solo colpa di Mc Nabb vista la grande giocata difensiva di Harrison, che aveva capito mezz’ora prima che il lancio sarebbe stato indirizzato a Westbrook) che dopo una grandissima stagione ha lanciato in una partita più di un terzo degli intercetti lanciati nelle precedenti 18, forse anche perché debilitato da un problema intestinale.

Mensione a parte per TO, facilmente entrato nel cuore dei tifosi degli Eagles, il quale ha fatto capire dall’inizio che le sue dichiarazioni sulla sua sicura presenza non erano spacconate e, soprattutto, di essere un giocatore che per passione, volontà, desiderio ed impegno probabilmente non ha eguali nella lega e, soprattutto, uno che dopo sei settimane di assenza, con dei chiodi in un piede, è molto meglio di un altro signore che aveva passato la settimana a farsi beffe della "no name secondary" dei Pats (a proposito Freddie, non solo sei stato il peggiore dei ricevitori degli Eagles, ma anche il tuo amico Rodney Harrison ha ricevuto più palloni di te).

MVP assegnato a Branch, che ha eguagliato un record ricevendo undici palloni, ma soprattutto ha consentito a New England di chiudere dei decisivi terzi down nei drives delle due segnature finali.

Personalmente lo avrei dato ex-aequo a Bruschi ed Harrison, sia per le giocate decisive che hanno effettuato nel corso di tutta la partita, sia, e soprattutto, perché secondo me gran parte del merito di questo successo dei Pats va ascritto proprio alla difesa, che ha tenuto la squadra in partita nel primo tempo quando l’attacco non girava a dovere, che ha interrotto (quasi due volte) un drive nella red zone, che nel quarto periodo ha impedito agli Eagles di tornare in partita.

Secondo me è stato decisivo proprio l’intercetto di Bruschi, arrivato subito dopo un catch and run di Owens da trenta yards circa: se in quel drive gli Eagles avessero pareggiato, magari con segnatura proprio del numero 81, forse la partita avrebbe preso una piega diversa ed ora non staremmo a parlare di una nuova dinastia.

A proposito, mi spiace segnalare che il NY Times di lunedì ha inserito tra le grandi dinastie moderne solo Packers, Steelers, Cowboys e, appunto, i Patriots: l’omissione dei Niners mi sembra clamorosa, per non dire ingiuriosa, ma credo che le dimenticanze di un giornalista, di fronte alla realtà dei fatti, abbiano veramente poca rilevanza.

Individuare quale sia la migliore delle cinque è un esercizio tanto arduo, quanto inutile, se non altro perché sono esistite in epoche troppo distanti le une dalle altre (tranne, forse, Cowboys 92-95 e Niners 94) per poter essere paragonate. E’ vero che i Pats di quest’anno le avrebbero prese sonoramente da ciascuna delle nostre 5 squadre campioni? Forse si, forse no, chi può dirlo? Non mi sento di sbilanciarmi in un’affermazione che non può essere in alcun modo provata.

Una cosa è certa: i Pats sono la squadra meglio gestita dell’era del salary cup, perché sono sostanzialmente gli stessi da quattro anni, non gettano soldi dalla finestra, e sono soprattutto riusciti a trovare dei giocatori ideali al loro sistema, giocatori che messi da qualche altra parte probabilmente non sarebbero in grado di fare la differenza allo stesso modo in cui lo fanno a New England. Questa loro capacità in certo senso li nobilita rispetto alle altre 4 grandi franchigie, che non avevano a che fare con il cappio e, probabilmente, avevano a che fare con un diverso tipo di free agency, ma non è certo da sola in grado di rendere automaticamente la squadra migliore della storia della lega.

L’altro paragone "scottante", almeno per noi tifosi dei Niners, è quello tra Brady e Montana, che prende corpo con insistenza direttamente proporzionale ai successi del prodotto dell’università di Michigan.

Senza entrare nel merito, soprattutto perché di Montana conosco qualche filmato e nulla più, vale secondo me lo stesso discorso fatto prima: hanno giocato a 15 anni di distanza ogni paragone tra loro è quanto meno fuori luogo, ma non può non osservarsi il soprannome "cool" che Montana si è guadagnato per la freddezza e la precisione dell’esecuzione nei momenti decisivi non stona affatto accanto al nome di Brady.

Vorrei solo far osservare come sia meraviglioso che un ragazzo vissuto idolatrando Joe Montana ed i Niners (ho letto un’intervista a Clark, in cui il nostro ex GM ha detto che lo scrutinio del rookie da Michigan si risolse una specie di interrogatorio di Brady a Clark e gli altri Niner su Montana) si ritrovi adesso ad essere paragonato proprio al suo idolo (scusate, momento I feel good).

Ultima notazione, prima dei ringraziamenti, sulla questione stadio vuoto alla fine: Davide ha secondo me dato un’idea un po’ triste della premiazione osservando che lo stadio era, ad essere buoni, mezzo vuoto. Verissimo, se saranno pubblicate le mie foto se ne avrà l’ulteriore conferma, però più che nella noia a causa di una brutta partita, la ragione dello svuotamento va forse ricercata nel fatto che la maggioranza dei tifosi presenti era degli Eagles (si parla di un rapporto di 8-1 e non faccio fatica a credere che fosse vero).

Notazioni finali sul dopo partita: è stata la continuazione della festa iniziata domenica mattina se non prima, con i tifosi dei Pats a cantare allegramente (motivetto preferito "Yankees suck!") ed a farsi un po’ beffe degli aquilotti; nessun disordine registrato, moltissimi si sono dati appuntamento in una specie di centro commerciale vicino al fiume, trasformato in discoteca all’aperto.

Ho lasciato la festa piuttosto presto e, a mezzanotte, me ne sono tornato in stazione, dove avevo programmato la prima parte del mio sonno. Non prima di aver recuperato la telecamera, ovviamente. Sapevo che non avrei trovato il tenente afroamericano, ma all’inizio non c’era neanche l’altro agente con cui avevo parlato. Mi sono quindi rivolto ad un altro signore in divisa, basso, un po’ pelato e tracagnotto, cui ho spiegato di aver lasciato la mia telecamera nella stanza del tenente, il quale mi aveva detto che per il ritiro bastava chiedere e mostrare un documento. La sua prima domanda mi ha fatto capire che non era né gentile né simpatico con i suoi colleghi, gli ho spiegato che la stanza cui facevo riferimento era esattamente quella di fronte a dove stavamo parlando. Fatti alcuni passi, durante i quali cercavo il mio amico, mi ha chiesto di che colore fosse la telecamera. Ovviamente lo ignoravo nella maniera più assoluta e gli ho quindi detto che pensavo fosse grigia. Non l’ha presa bene e mi ha chiesto se lo stessi prendendo per il culo (più o meno testualmente). Gli ho risposto che ero solo stanco e che, in ogni caso, c’era attaccato un cartellino con i miei dati e, accanto a dove l’avevo lasciata, c’erano anche delle pile, una memory stick ed un magnetino e gli ho dato il passaporto. Riluttante è entrato, da solo, nell’ufficio e dopo un po’ ne è uscito con l’agognata telecamera ed una serie di altri oggetti. Mi ha ignorato e si è diretto verso un’uscita. L’ho seguito, per sentirmi intimare di non dovergli camminare alle spalle e di aspettarlo dove stavo prima. Poi finalmente è arrivato anche l’altro, che mi ha sorriso dicendo "ecco tornato il ragazzo di Napoli, ci chiedevamo di chi fosse il magnete".

Ho riavuto il tutto e mi sono messo a dormire fino alle 3.

Ci ho rimesso la memory stick, vuota, del palmare, che mi ero portato come memoria di riserva della macchina fotografica. Non mi ricordavo se avevo lasciato un astuccio pieno o vuoto e non ho voluto fare storie, per quieto vivere. Grazie spocchioso grassone!

Prima di chiudere, sul pullman c’era un afroamericano con la maglia di Vick che ha chiesto la mia opinione (secondo me solo perché si vedeva che ero stato allo stadio) sulla decisione di Reid di calciare l’on-side dopo il TD del 21-24. Lui non era per niente d’accordo. Gli ho risposto che non aveva sbagliato, ma che chi perde ha sempre torto. Poi ci ho pensato un po’ e sono rimasto dell’idea che fosse l’unica cosa da fare (se lo recuperi sei un eroe, se da la palla agli avversari e loro chiudono il primo down hai perso senza provarci), però mi sono reso conto che la domanda non era poi tanto insensata come avevo originariamente creduto. Gli dai la palla sulle trenta e loro puntano con circa un minuto sul cronometro dandotela sulle tue trenta, più o meno. E’ molto meglio che averla sulle proprie tre, giusto? Però non sapremo mai come sarebbe andata e questo discorso fila soltanto dando per scontato che New England non avrebbe chiuso il primo down. Secondo me è decisivo quello che ho letto sul Times: chi ci dice che Weis avrebbe chiamato tre prevedibili corse se avesse avuto la palla nella sua metà campo? Magari ci scappava la dodicesima ricezione di Branch e buona notte, con Reid additato da tutti come un folle. Secondo me doveva affidarsi al manuale, lo ha fatto, ha perso, amen.

Adesso i ringraziamenti a tutti coloro i quali hanno reso possibile l’operazione Jacksonville:

Mamma, Papà, Marco e Laura, che da anni, con pazienza, assecondano, tollerano ed appoggiano tutte le mie follie legate al football.

Paolo, regista dell’operazione, che ha pazientemente acconsentito ad accollarsi l’onere dell’acquisto del biglietto della partita e dell’autobus, ha tenuto i contatti con il venditore, organizzato la consegna del biglietto e, da ultimo, si è anche calato nei panni di guida.

Infine i due agenti nella stazione della Greyhound che mi hanno tenuto la videocamera. Sembrerà una cosa da poco, ma veramente ho vissuto un’ora di angoscia in attesa di risolvere il problema e la loro gentilezza e disponibilità mi hanno "salvato".




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